La trasformazione di un marchio in un brand

Che necessità c’è, per un’azienda, di fare “branding“?

Il branding nasce quando i primi mercanti della storia, o quantomeno i primi ad organizzarsi con botteghe stanziali, presero ad esporre cartelli che chiarissero la propria offerta commerciale. Anche in società avanzate come l’antica Roma o la Grecia Classica, però, occorreva fare i conti con una larghissima fascia sociale costituita da analfabeti. Questo spinse dunque i mercanti a ricorrere ai simboli.

Con i macellai, che disegnavano cosce di pollo su manifesti da apporre innanzi alla propria bottega, nacque il branding.

Dai simboli ai loghi

Che fosse per annunciare l’arrivo di una specifica nave merci, il tipo di commercio svolto o il genere di servizio proposto, quella di associare un simbolo alla propria attività, sempre più unico e ricercato nel tempo, divenne uno standard, una norma consueta.
Quando poi, alla materiale concretezza dei semplici disegni, si volle aggiungere un filo di astrazione e quel tocco di creatività, ecco che dai semplici simboli si passò a veri e propri loghi, quasi come li intendiamo adesso.

Emozionare, sedurre.

A qualche secolo di distanza dall’inconsapevole invenzione del proto-branding, ogni azienda del mondo, all’atto di fondazione, si dà un nome ed un logo quanto più unici e distinguibili.
Dai più è sottovalutato quanto per un marchio risulti importante avere uno storytelling, una narrazione, che garantisca un impatto immediatamente positivo, a livello emotivo.
Prima della persuasione logica e retorica del marketing tradizionale, infatti, agisce la seduzione messa in opera da forme, colori e concetti.

Un legame emotivo che genera fiducia e affetto

A vendere, oggi, più che il push marketing, è la capacità di un marchio, un brand, di incarnare e rappresentare i valori, positivi o negativi, propri dei clienti cui si rivolge. Un brand dalla forte impronta e dai valori chiari e delineati è in grado di crearsi una schiera di appassionati fidelizzati che si riconoscono come un gruppo di simili e si fanno inconsapevolmente promoter spontanei, ovvero il miglior commerciale che ci sia per un’azienda.
Si guardi al noto marchio tecnologico che, applicando questi concetti, è arrivato a fare del proprio target di clienti una sorta di di tribù, spinta a comprare non un prodotto, ma un’intera galassia di device e servizi che spazia dallo smartphone alla workstation passando per tablet, notebook, computer, servizi di streaming video e musicale, software per il pagamento elettronico e miriadi di accessori compatibili unicamente con hardware proprietario. Caratteristica peculiare è che, nonostante questi risultino molto più costosi della media della concorrenza, in termini di narrazione, anche il fatto di applicare prezzi superiori a quelli di mercato può contribuire a raccontare un prodotto come esclusivo, aumentandone il valore percepito ben oltre quello reale.

Il branding secondo A Digital Else

In A Digital Else vediamo il branding come la nostra attività principale, perché è la madre di tutto ciò che facciamo, principio ispiratore di tutte le scelte che conseguiranno in ambito di web design, marketing, social management e piano dditoriale. Non viviamo il lavoro come una catena di montaggio impersonale per cui per ogni problema applichiamo la stessa soluzione, allo stesso prezzo, con gli stessi risultati, ma affrontiamo ogni problema come un tutto estremamente vario e sfaccettato, che richiede soluzioni organiche, uniche e complete.

Ascolta, Comprendi, Comunica

Ascoltiamo i nostri clienti per capirne gli obiettivi concreti e misurarne la realizzabilità, studiamo il mercato o l’ambito in cui operano per comprendere quali possano essere le migliori strade da percorrere e infine passiamo all’atto vero e proprio della comunicazione solo quando, di comune accordo col cliente, abbiamo stilato un piano organico e completo che ci permetta di soddisfare le richieste ed essere orgogliosi del nostro lavoro.

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